I tuoi pensieri sono materia prima: come i wearable addestrano l’IA con i tuoi dati cerebrali

Stare al centro della rivoluzione ‘neuro-tech’ significa che il tuo cranio è diventato un gigantesco chip di raccolta dati. Alcuni produttori di wearable che monitorano l’attività cerebrale stanno, in sostanza, trasformando i nostri segnali elettrici in materiale grezzo per addestrare algoritmi di intelligenza artificiale, e tutto questo potenzialmente senza un consenso pienamente trasparente. Quello che viene misurato è l’elettroencefalografia (EEG), che registra variazioni di potenziale elettrico sulla pelle del cuoio capelluto. Sebbene questo non sia un lettore di pensieri a fumetti, i dati acquisiti durante sessioni di sonno, meditazione o pura concentrazione vengono riutilizzati per sviluppare modelli predittivi. L’arte qui sta nel ‘riutilizzo’: un segnale raccolto per calcolare lo stato di attenzione durante una specifica sessione può finire a potenziare un modello destinato a un uso completamente diverso. Aziende come Emotiv ne sono un esempio lampante, gestendo bacini di dati sterminerti che superano i milioni di minuti-canale. Il vero problema non risiede tanto nel segnale elettrico, ma nell’informazione che l’algoritmo ci ricava: un valore che stima il livello di carico mentale dell’utente. Si tratta di un ulteriore livello di profilazione personale, un passo che solleva seri interrogativi sulla proprietà e sull’uso etico di questi ‘dati neurali’.

🇬🇧 Summary in English

The concept of the wearable device has elevated the human brain into the ultimate data mine. Certain manufacturers collecting EEG data are reportedly using these neural signals to train powerful AI models, often without explicitly informing users of the scope of this data repurposing. What is measured is the electroencephalogram (EEG)—a readout that tracks variations in electrical potential across the scalp. While the device isn’t actually reading thoughts, the data gathered during seemingly benign activities like meditation or tracking sleep quality becomes crucial training material. The sneaky part is the ‘repurposing’ of data: a signal collected for measuring focus during one specific session can end up strengthening an algorithm designed for an entirely different purpose. Companies like Emotiv are prime examples, managing gargantuan datasets spanning millions of minutes-channels. The critical privacy breach, journalists note, isn’t necessarily the raw electrical signal itself, but the highly personal *information* the algorithm derives from it. The technology moves beyond simple recording to produce sophisticated estimates—like the user’s precise level of mental load or concentration. This constitutes a significant, often unnoticed, layer of personal profiling, raising serious questions about who owns the data, and whether it’s ethical to harvest ‘neural data’ in the background.

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Fonte: Tom’s Hardware IT | Argomento: Tech News

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